venerdì 4 dicembre 2009

Frottole, frottole... poesie di Luigi Restelli




Introduzione a

Frottole, frottole...


Credo che a monte di questi versi stia una scelta, esistenziale, ancora prima che intellettuale. Una scelta che, se è esplicitamente dichiarata nella prima poesia, si concretizza poi nelle restanti, plasmando, incatenando a volte i versi e determinandone i punti oscuri, le incertezze, i silenzi che allontanano le parole a sussurrii, ma che all'opposto evidenzia anche il meccanico dispiegarsi delle "voci" maiuscole avvertite come intermezzi sempre più coercitivi nelle loro ottuse sicurezze.



In fondo questi versi non hanno nulla da raccontare ( nel senso comune ), nascono da ritmi e metriche interne cercando di portare a livello cosciente uno "spiraglio arrugginito", un "Fantastico" isolato dalla sua essenza metastorica e contorto dall'irrisolvibile alienità dei suoi obiettivi rispetto a un presente ( maiuscolo ) che per sopravvivere lo deve allontanare per lasciar posto alle sue verità dilaganti, inarrestabili.



Tentare di portare a livello cosciente il "Fantastico" interiore ( ma ci sono state e ci sono infinite altre parole che possono definirlo ) vuol dire però, in questo primo tentativo, inciampare nelle sue sorgenti, nei cori in nero che l'hanno plasmato, nell'assurdità della propria esistenza fragile e pronta a negarsi ogni qualvolta la si avverte e nell'imprevedibile contatto che "in un rimbalzo del caso" riscopre la speranza e rimanda a soglie non più personali ma comuni a tutti gli uomini.



Se questo è vero è anche vero che è un azzardo in fondo pensare che le poesie vogliano dire questo o, peggio, solo questo.



Sono solo ipotesi, forse solo... frottole. Frottole...




***




La professionalità, la concatenazione


accorta, cristalli esplicativi, realtà.


Il dubbio, il metodo che traspare attento


in ogni inflessione, in ogni moderato sgomento.


Gli ambìti scalini, la verità


dei colti eroi dell'emozione


sezionata in ogni sua reazione.


Tutto questo ve lo dono,


lo lascio agli altri, alle mie parole,


al senso di oppressione che ho con loro.




A me resta l'incanto,


lo stupore, l'assurdo


sapore dei sogni


irrealizzabili.


Resta il canto pubescente,


il gioco nascosto


di labili incubi infantili.


Un rito captivo, ossessivo,


un Fantastico cosciente, riposto


nel ritorcersi del mio tempo,


contorto nel rincorrersi smarrito


di dubbi che non vogliono essere risolti.




***




Frammento




E sempre ritorna la notte;


d'amianto, i cardi sul sentiero


polveroso d'impronte,


contro il cielo dei corvi.




Fra le penne ingorde,


ambigui soffi di nuvole


s'attorcigliano


ad un tenue crepuscolo.




***




BLABLABLABLAROLE


RANCORI


BESTEMMIE


SARCASMI. MIASMI.FANTASMI.




SILENZIO! silenzio. s'è spento il rumore, il clamore


la tromba è solo un'arpa


distratta.




.cerco un angolo sacro vicino al mucchio del carbone


dove


anche chi spia


saccente


non riesca a sorridere


un solco da semina


sotto il confine


insaturo del mondo.


rifugio dal sangue


sprizzato


sulla cinepresa


lo specchio segreto d'un improbabile Oltre .......


( oppure siamo già tutti morti; ignari registi ed è la pura a sorreggerci )






SIAM GIUSTI.SAPPIAMO.


TUTTI SON GIUSTI


DA SEMPRE. PER ......


( sempre? )




....... oh mio dio .......




ma se la conoscenza resta aliena


alla vita, alla sopravvivenza,


tarlata, spudorata .......


ho bisogno di NON farmi capire ........................... e son nomi eccheggianti


d'un mio vocabolario silente


poche sillabe tronche


perlopiù osc( en-ur )e


sono sbagliato. Lo so!




Poi. poi in un rimbalzo del caso


improvvisamente il tempo si scioglie


fluendo in salmi remoti


sorgive


soglie comuni, profonde


e ci si sente già salvi.


( è uno spiraglio arrugginito in noi l'infinito? )






LA' E' QUA. UN CERCHIO PERFETTO.


ANALIZZABILE


RICONDUCIBILE


LA' E' QUA. QUA! QUA! L'UNIVERSO E' QUA.






guardo




già primo


sguardo


peloso


di felci.




lontano - la prima parola - lontano


cui non esiste, laggiù ...................... in questo inseguire ossessivo


il bivio iniziale.


( ma qual è la strada sbagliata? )




sentendosi alieni a se stessi.




FROTTOLE. FROTTOLE ............ c'è sempre una voce SICURA


sul fondo del palcoscenico.




ho paura. ancora rimbomba


negli anfratti delle cattedrali


il coro in nero


l'organo


gobbo osceno lattescente.




e vento vento


vento vento


vento




sulle colline perdute.


Domani


se ancora scevro di risse, ombre, lamenti


mi stupirò sperduto a ritroso


in cerca dell'uomo, perchè ero già


uomo


prima.






OPPURE, E TUTTO E' OVVIAMENTE


SEMPLICEMENTE FINITO


SIAMO FANTOCCI CAOTICI


RAFFAZZONATI A FATICA




PER METTERCI LE DITA NEL NASO


SENZA FARCI NOTARE.







Luigi Restelli












Luigi Restelli vive a lavora a Milano. Lavora in una agenzia di pubblicità ed è tra i fondatori di Pangea ( http://www.pangeaonlus.org/ ) una ONLUS che progetta interventi per dare spazi qualitativi alle donne nel mondo.















venerdì 26 giugno 2009

dal diario di Antonio di G.G. Widower

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Antonio

Di Antonio, un caro amico morto ormai da alcuni anni, il ricordo mi rimane vivissimo.
Avevo conosciuto Antonio ad una festa in casa sua, festa organizzata per il compleanno della moglie Sara, una ragazza africana che lui aveva sposato.
Sara aveva invitato una mia amica e questo spiega la mia presenza alla festa.
In seguito ci eravamo rivisti spesso ed io ero diventato la persona a cui Antonio confidava i suoi pensieri, i suoi dispiaceri e le difficoltà di rapporto con la moglie.
Poi la situazione era precipitata, Antonio pensava che la moglie avesse un altro uomo, dava corpo alle ombre ed ai minimi indizi che lo confermassero nella sua convinzione.
Mi aveva fatto vedere un suo diario in cui annotava la sua storia con la moglie e tutti gli avvenimenti degli ultimi anni.
Quando la situazione arrivò a un punto critico, Antonio mi chiese di nascondere presso di me il suo diario non volendo che la moglie lo potesse trovare, cosa che feci nascondendolo così bene da dimenticarmene completamente.
Sara dopo un anno se ne andò, anche Antonio se ne è andato, suicida una notte con i gas di scarico della sua auto.
L’altro giorno riordinando i miei libri, dietro una fila di volumi che non spostavo da molto tempo, il diario è ricomparso.

Dal diario di Antonio

Particolarmente interessante è una parte del diario che parla di come arrivano in Italia gli uomini e le donne africane. Si parla tanto degli arrivi via mare, ma non è solo così.

19 aprile 2003
La sorella di Sara è arrivata a Parigi, con un volo di linea atterrato al Charles De Gaulle, lei apparentemente è diretta in Grecia con un visto temporaneo per visitare dei parenti.
Ma è un modo per poter venire in Italia.
Viene fermata dalla polizia, i suoi documenti sono falsi. Viene arrestata e messa in prigione, deve scontare una condanna di tre mesi.
Sara è molto preoccupata, ha pagato otto milioni di lire all’organizzazione, ma ormai dubita di poter far arrivare sua sorella Amina in Italia.

20 luglio 2003
Una sera tornando dal mio lavoro Sara mi dice che Amina è uscita dal carcere.
Il problema ora è come farla arrivare in Italia.
La ragazza ha un permesso temporaneo (cinque giorni) della Géndarmérie, per lasciare la Francia. Farle prendere un treno è pericoloso e poi è senza soldi.

21 luglio 2003
Decido di andarla a prendere personalmente, ma devo coinvolgere un’altra persona che mi aiuti nella guida. Non potrò fermarmi per strada né dormire in un albergo, l’unica soluzione è andare e tornare tra oggi e domani.
Un mio amico Angelo, a cui l’ho chiesto verrà con me.

Il viaggio

23 luglio 2003
Sono partito alle 4 del pomeriggio prendendo la strada che attraverso la Svizzera ci porterà a Parigi.
Il percorso è tutto autostradale da Zurigo e Berna ci porta al confine, e poi Mulhouse, Besancon, Dijon, fino a Parigi.
Verso sera ci fermiamo in un autogrill per fare il pieno e mangiare un panino.
Ho l’indicazione di una località della banlieu parigina ed un numero di telefono che dovrò contattare non appena arrivato.

A mezzanotte arriviamo ad Evry, in una piazza deserta dove c’è la stazione dei bus e un


distributore di benzina.

Telefono al numero di cellulare che mi ha dato Sara e mi risponde in francese una voce maschile, gli dò le indicazioni del posto in cui siamo ad aspettare. Parlo brevemente con la sorella di Sara.
Il tempo passa, cominciamo ad essere in ansia, poi finalmente dopo tre quarti d’ora vediamo arrivare da lontano un uomo alto con una valigia in mano ed una donna che gli arranca appresso .
Sono loro, Amina mi abbraccia stringendomi forte, quasi incollandosi a me e bagnandomi del suo sudore, poi altro abbraccio ad Angelo.
Amina saluta il monsieur che l’ha accompagnata, sale in auto dietro di noi e dopo poco si distende e dorme.
24 luglio
Io ho guidato fino a Parigi. Ora tocca al mio amico. Anch’io cerco di dormire.

Quando mi sveglio da un sonno leggero spesso interrotto, siamo quasi arrivati al tunnel del Monginevro.
Grandi cartelli con scritto: controllo documenti, mi mettono addosso il timore che, nonostante sia stato abolito dopo l’accordo di Schengen una qualche forma di controllo sia ancora in vigore.
Decidiamo di fare la strada del passo.
I tornanti sembrano non finire mai, poi arrivati all’ex confine la bandiera italiana ci informa che l’abbiamo superato.
Gli ultimi chilometri li faccio come in trance, poi Varese, urla, pianti abbracci, musica ad altissimo volume.
Io mangio e bevo con loro, poi vado a dormire.
Mi addormento di schianto.
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domenica 29 marzo 2009

alberi ribelli racconto di Giulio Grigioni


Sono quasi le dodici, in classe fa caldo e la lezione di scienze è noiosa. Lia, malgrado sia una studentessa modello, è particolarmente stanca, ha dormito poco. Fuori dalla finestra, oltre al cielo grigio, c’è un albero molto curioso, alto e slanciato talmente appiccicato al vetro che sembra interessato alla lezione.
A quel punto Lia si addormenta ed incomincia a sognare …
“Dunque è così che vengo chiamato!” Lia sente questa voce come se fosse dentro di sé …
“… Io sono un albero, nome scientifico Taxodium Distichum, detto volgarmente Cipresso calvo!
Il mio tronco man mano che cresce si stringe fino a formare una punta, come quella di una freccia. La mia corteccia tende al rosso, mentre le mie foglie sono lunghe e piatte, color verde mela che perdo in autunno. Generalmente vivo nelle paludi. Voi uomini invece mi avete trapiantato in una città e costretto a vivere contatto con lo smog e il caos! Ma ascoltatemi bene! Io non sono un Cipresso Calvo come tutti gli altri perché sono un Ribelle! Un ribelle e capace di muovermi! Ci sono riuscito dopo lunghi anni di sforzi e di sacrifici che neanche voi potete immaginare.
Lo so che fra pochi giorni gli uomini mi abbatteranno per costruire un grande parcheggio, raderanno tutto al suolo, ma a me non mi troveranno …”
Nel frattempo fuori dalla scuola incomincia a gocciolare, sempre più forte. Giunge persino un acquazzone accompagnato dal temporale.
Lia sente di nuovo la voce dell’albero:
“Mi concentro al massimo ed ecco che incomincio a muovere le radici, a liberarle dalle viscere e a portarle in superficie. Le zolle di terra si alzano e si mischiano con la bufera del vento. In principio mi sposto lentamente, inciampo parecchie volte, ma con eroico coraggio riesco a riprendermi. Al posto delle radici mi sento d’avere tentacoli come di un grosso polipo: a malapena posso tenermi in posizione verticale. Cammino peggio di un ubriaco, sulla strada asfaltata.
Grondante d’acqua, dopo aver percorso un chilometro, mi intrufolo nel bosco, scivolando sotto le fronde, stremato.”
Un abete afferma sbalordito: “Come fa un albero a camminare? La corteccia ed i rami sembrano veri, ma che abbia qualche meccanismo dentro di sé?!”
“Quando mi rialzo, con aria minacciosa dico: “Ascoltatemi bene! E’ giunto il momento della nostra riscossa! D’ora in avanti comanderò io e farò di voi dei grandi alberi! Siete d’accordo?” “Sì!” Risponde un pino “Troppe volte ho visto i miei amici abbattuti, per essere bruciati ingiustamente!”
“Allora incominciamo subito. Per poter camminare innanzi tutto dovete sforzarvi di visualizzare le vostre radici! Immaginate una pallina di luce che sale … sale piano piano lungo il vostro fusto: percepite tutto il suo calore! Piano piano sale ancora … fino a toccare la vostra splendida fronda! Passiamo alle cellule! Le vostre cellule, dalla punta più in basso fino alla punta più in alto del vostro fusto, stanno vibrando! Stanno vibrando fortissimo! Vibrate, vibrate! Lasciatevi trasportare da queste vibrazioni … ecco ci siamo! Fate come me: dondolate, dondolate! Usate le vostre chiome per pensare! Io sono come voi, linfa della vostra linfa, all’inizio non ci credevo neppure io, ma adesso eccomi qua!”
“Sì! Ci stiamo riuscendo!” Gridarono in tanti, estasiati.
“Benissimo, adesso seguitemi! Ci dirigeremo verso la città! Gli uomini dovranno, primo: smettere di andare in giro con quelle scatole di latta, puzzolenti e chiassose! Secondo: dovranno abbandonare le case di periferia e andare tutti in città, perché ci danno fastidio! Terzo: se ci faranno arrabbiare saranno costretti a vivere in una gabbia! Così finalmente smetteranno di trattarci male! “Andiamo! Avanti march! Passo! Passo! Tenete bene la fila, forza!”
“Ehi Lia! Lia! Svegliati, la lezione è finita, la prof se ne andata! Ma come mai sei tutta sudata, cosa ti è successo?” Chiede la sua compagna di banco.
“Sta… st … stanno arrivando!” balbetta Lia.
“Ma chi?! Chi sta arrivando?!”
“Gli alberi ribelli!”
“Lia, devi avere fatto un brutto sogno! Sbrigati che sta suonando la campanella!”

Giulio Grigioni lavora nel campo dell’animazione psicopedagogica. Ha al suo attivo diverse esperienze professionali. Di recente ha pubblicato un libro d’avventure per ragazzi: “Widemar e il mistero della corona”, editrice La Casa dell’amico,2008. Pagine 144, € 10,00

martedì 17 marzo 2009

Iron&Zake racconto di Giorgio Ginelli + intervista

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GIU’ TRA I DRUMS
— Ehi, Zake... Sei mai stato piccolo? — Piccolo da avere dei sogni, come tutti i bambini. Rinchiuderti in una squallida stanza e fingere che sia un castello stregato. Guardare una pozzanghera d’acqua nera di smog e immaginare che sia un lago incantato. A vederti spiluccare le incrostazioni dei muri come fossero briciole di pane, non si direbbe; molti giurano che non è così: — Zake non è fatto di carne... Zake non ha sangue nelle vene — dicono. — Si è già sciolto in piscio...C’é gente, giù tra i drums, che giura di aver visto Zake conciato in quel modo fin da piccolo. Zake, un ragazzo suonato come tanti tra i drums. Che si bucano una volta e poi più. Il grande Zake. Ma quella è gente che per una sniffata di trip giurerebbe di essere nata sotto un cavolo marziano; non possiamo ascoltarli.Zake adesso non ha nemmeno vent’anni; per quello che vale ormai averceli. E non è vero che non ha mai sognato. Ogni sua lacrima è stata versata per un sogno infranto. E Zake di lacrime ne versa parecchie, ogni giorno. Lacrime, bava, piscio, vomito. Zake è il re degli umori bagnati. E a volte perfino Airon fatica a stargli vicina.Airon ha sedici anni; è nel fiore della giovinezza, se non vivesse tra i drums. E Zake è la cosa più bella che lei ha mai avuto. Zake, il grande Zake, biondo e ribelle. Sempre pieno di trip, con gli occhi perennemente in orbita.Tutti sanno cosa sogna Airon, ogni volta che trova dove riflettersi, o una pozzanghera meno lurida delle altre. Anzi: tutti credono di sapere cosa sogni Airon ogni volta che può. Airon la zoppa, Airon l’orba. Airon deforme nel fisico, molto più di quanto la vostra immaginazione ve lo permetta.Airon, riflessa in uno specchio, sogna di vedersi bellissima: è ciò che crede la gente, giù tra i drums. Ma Airon è più di quello che la gente vede. Airon sogna invece che Zake la smetta con il trip, e che la possa guardare con occhi non annebbiati. E che la veda, e che la accetti. Il primo sogno di Airon sarebbe per Zake; ma stiamo correndo, procediamo con ordine. Iniziamo da quando Airon incontra la fata turchina...
SUBURBANA #6
Era il colore a rendere singolare la figura di Ursula in quell’ambiente. Beninteso: ormai più nessuna foggia di vestito, pur colorato che fosse, creava scalpore tra i drums. Ma chi varcava l’ingresso in disuso suburbana #6 era solo una massa grigio—beige informe e puzzolente di semi—umanità. Ursula invece era vestita di azzurro, nella divisa della Scuola, e profumava di fresco. E non era giovane. A trent’anni fra i drums si è già decrepiti, ma Ursula si portava in giro una figura in perfetta forma fisica.Bastava quello ad attirare gli sguardi appannati dei fagotti buttati sui gradini. Non che avessero l’animo di reagire, assalire o anche solo alzare un dito in direzione di Ursula che passava scrutando quella massa con occhio fermo e implacabile. C’era qualcosa in quel portamento, nella folata di aria gelida che muoveva al suo passaggio, da far dire a loro: "Ecco, quella potrebbe essere la nostra salvezza!"Ma che ne possono sapere loro, giù ai drums, della salvezza? Così il loro sguardo si spegne subito dopo il passaggio del turbinio turchese, senza sapere cosa ha destato il loro torpore. Anzi, sono già dimentichi di essersi destati.Quella mattina Ursula era agitata. suburbana #6 era la sua ultima risorsa. Fallito quel tentativo non ci sarebbero stati altri incarichi.
* * *


Gli occhi di Ursula scavavano nel buio. Posti come quello, ogni settimana, generavano una considerevole quantità di cadaveri. Le notti di Ursula erano ossessionate dalla visione delle decrepite stazioni della metropolitana in disuso. Tra i fondamenti della Scuola di Estetica vi sono la pulizia e l’igiene. E non certo all’ultimo posto alberga un rinnovato concetto di salute mentale. Tutte considerazioni che perdevano istantaneamente di significato, anche a dare un’occhiata solo superficiale alla massa informe di giovani assiepati in quei tuguri oscuri.Ursula provava un’effettiva pena fisica per quei disgraziati; che non sapevano di esserlo. Che anzi pareva cercassero quella condizione per annientarsi, per annientare in loro il ricordo della società. Vi era scarsa violenza tra i drums, perché nessuno reagiva alle minacce. Sopratutto, nessuno faceva minacce. Qualcuno faceva circolare liberamente tutti i tipi di droghe possibili e quello bastava per creare un paradiso. La rete suburbana in disuso era divenuta un eden per le masse di giovani ai margini della perfettissima società. O un pascolo, per quanti che, fuori dai drums, ogni tanto vi penetravano per fare razzia: cavie di laboratorio, riserva di organi, prostituzione... Erano molte le ragioni per le quali potesse servire un corpo umano, anche derelitto.E del resto lei si apprestava a fare proprio quello, e nessuno l’avrebbe fermata.Qualche metro avanti a lei dei fagotti si stavano agitando nella penombra: Ursula vide un esile corpo storpio che cercava di convincere a muoversi uno spirlungone completamente in preda a qualche allucinogeno. Lo spirlungone era attaccato a un muro sbreccato, sembrava ci fosse appiccicato con le palme delle mani, e lo storpio lo tirava da dietro il bacino senza produrre nessun significativo spostamento.— Dai Zake... — farfugliava lo storpio. — Dobbiamo cercare da mangiare.Come se quella parola avesse fatto scattare un segnale preciso, lo spirlungone lasciò la presa del muro e rovinò addosso allo storpio. In un altro ambiente, ad anni luce di distanza, quella avrebbe potuto essere l’inizio di una scenetta comica. Ma la coppia trasmetteva solo un’infinita pena al cuore di Ursula.Si avvicinò per studiare meglio il corpo storpio; sembrava una femmina. Ciò che la deformità del suo corpo nascondeva era riflesso dal viso; gli occhi spaventati della ragazza si inchiodarono sul viso di Ursula che vi lesse, in un istante, senza bisogno di esitazioni, molto più di quello che traspariva: amore, intelligenza, dolore e una preoccupante vena di risentimento.La ragazza deforme era immobilizzata sotto il corpo dello spirlungone, ma Ursula si guardò bene dal fare qualsiasi mossa che potesse esserle d’aiuto. Stava ancora valutando la situazione. — » tuo fratello? — chiese per vedere la reazione emotiva.— Chi? Questo? Questo è Zake... — come se non ci dovesse essere nient’altro da dire e se lo scrollò di dosso.— E tu, allora, chi sei? — continuò a chiedere Ursula, stando attenta ad ogni minimo movimento di quel fisico deforme.Il viso scomposto della ragazza tradì un fremito, che Ursula non seppe interpretare correttamente. La storpia non rispose alla domanda: — Se non sai chi sono, non sei dei drums.... E se non sei dei drums puoi andare a farti fottere!Ursula tacque, scrutando attentamente la dinamica facciale che animava il viso della ragazza che continuò a parlare: — Tutti quanti fra i drums sanno chi è il parassita di Zake, la sua sanguisuga, quella che gli pulisce il piscio e il vomito. Questo è Zake, sorella, vedi? » bellissimo. » completamente in orbita. » perennemente fatto di qualcosa. Non so nemmeno se capisce che ci sono sempre io al suo fianco...Un occhio, quello più aperto, iniziò spontaneamente a lacrimare. Fu quello a decidere Ursula che aveva trovato ciò che cercava.
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Aveva bisogno di un soggetto Ursula; di una cavia tutta per lei. L’idea che aveva sviluppato prevedeva che si potesse alterare, con precisi innesti biologici, la disposizione autodistruttiva di coloro che vivevano ai margini della società agendo sul benessere fisico. Decenni di tecnologia bio—cibernetica permettevano modifiche radicali del corpo. Le imperfezioni fisiche a un livello medio—alto della società erano scomparse. Rimanevano le fasce basse, e quelle suburbane rappresentavano una massa impressionante. Per Ursula erano persone da salvare in quanto esseri umani, per le lobby imp—com erano consumatori improduttivi.Erano loro che finanziavano la Scuola, e perciò anche il progetto di Ursula per la riabilitazione fisica degli individui menomati da pesanti handicap fisici. Prendi un rifiuto umano, riabilitalo, reinseriscilo in una fascia sociale significativa, e acquisterà uno spessore agli occhi delle lobby; questo, su larga scala, era una concreta possibilità commerciale per risolvere il disavanzo di importazioni dalle colonie esterne che continuavano a esportare sulla Terra; un pianeta dove però c’era sempre meno gente in grado di consumare. Era effettivamente un problema. Poteva rischiare di innescare una crisi tra la Terra e le colonie Extra—Mondo. Dio mio! Sai che cali di profitto?
L’ALVEARE





Airon fatica ad abituarsi. » troppo pulito. » troppo luminoso. Ma soprattutto, sono troppo interessati a lei! Nessuno ha mai rivolto attenzioni verso Airon per più di un minuto giù tra i drums; e i drums per Airon erano il mondo conosciuto. Nessuno al mondo le ha mai prestato attenzione. Al di sopra dei drums vi era l’ignoto e lei ha accettato di entrarvi a farne parte. E l’ignoto, per Airon, comincia ad essere mille paia d’occhi che la scrutano insistenti. Un alveare di occhi, di attenzioni, di cure, che tessono un bozzolo attorno a lei dal quale sarebbe uscita — così le aveva promesso Ursula — la più bella farfalla che si potesse immaginare.
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Ursula e Airon salirono verso l’ingresso di suburbana #6, seguite da Zake che si trascinava malfermo sulle gambe. La cosa cominciava ad irritare Ursula.— Ehi fata, dobbiamo aspettarlo. Non può mica volare. — Non è indispensabile che venga con noi.— » necessario se vuoi me, i patti sono chiari — gli occhi lucidi di Airon si piazzarono dritti in quelli di Ursula, che si era fermata a fronteggiarla. Aveva dovuto accettare lo scambio che la ragazza le aveva proposto. Non era certa della reazione di Airon alla sua proposta; appena era riuscita a rimettersi in piedi, ai piedi del muro sbreccato, decise di saggiare la sua consistenza con un accenno fuorviante: — Dove trovi da mangiare qua sotto?— Non è un problema. Alla storpia Airon danno subito qualcosa, per levarsela di torno alla svelta.— E lui?— Airon mangia molto poco... ma Zake ancora meno. Più che altro vomita.Ursula aveva analizzato il tono della voce, deducendone alcuni parametri valutativi che la spinsero ad affrontare direttamente l’argomento: — Credi che sia diverso fuori di qui?Airon la caricò con uno sguardo pesante, sospettoso, che per un attimo fece temere ad Ursula di aver male valutato la situazione. — Esiste veramente un fuori?Questo, un’ora prima. Ora la stava seguendo verso quel fuori, verso l’ignoto, ma prima di muoversi di un solo passo le aveva strappato una promessa: — Dove va Airon, là c’é anche Zake.Ursula aveva valutato la figura che si contorceva ai suoi piedi. Un programma di riabilitazione base avrebbe risolto la tossicodipendeza nel giro di qualche settimana con un moderato costo da imputare al progetto. La lobby imp—com non avrebbero avuto niente da dire; sarebbe stato un consumatore in più.Ursula si riscosse dall’ipnosi che lo sguardo di Airon le aveva provocato. Inorridiva all’idea di caricarsi sulle spalle quel fagotto puzzolente, ma era l’unica soluzione per uscire alla svelta da lì e tornare alla Scuola, portando con sé il materiale per il suo progetto.
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L’alveare, grazie al cielo, di notte dorme. Così Airon può rilassarsi, credendo finalmente di non essere scrutata. Airon è serena, perché non sa dell’esistenza di monitor subluce, di sonde termiche e infrarossi, di scanner pet che rilevano l’agitarsi di un insetto nella sala più buia che si possa immaginare.Airon sogna, finalmente, di Zake: che è qualche stanza più in là; che lei vede ogni giorno; che dorme ogni ora della giornata; il cui viso è sereno come non lo è mai stato. Pulito. Ed è il viso più bello che lei abbia mai visto, ed Airon finalmente sa di esserne innamorata. Nel sogno trova il coraggio di ammetterlo a se stessa; non vede l’ora che la fata Ursula le tolga di dosso quello stupido corpo deforme per poter gioire assieme a Zake. Uno Zake che presto sarà disintossicato e che potrà seguire i suoi cambiamenti giorno per giorno. Zake, che ora dorme il sonno indotto dei penitenti.
AIRON IL CYBORG





La cosa che più affascina Airon in questi giorni sono le gambe. Non smetterebbe mai di guardarsele. Ha il viso protetto da una maschera nutritiva, il busto e le spalle nascosti da una dermosacca di plasma che le hanno applicato dopo la quinta operazione. Ma riesce finalmente a muovere le gambe; appena può si sfila faticosamente i pantaloni della tuta; furiosamente agita davanti a sé le nuove e snelle appendici finché non le sente dolere. Quest’azione insensata e narcisistica le procura una sensazione di potenza e di benessere mai provata fino a d’ora. Ma le causa anche una certa vergogna. Non è sicura che sia l’atteggiamento giusto da mantenere, e perciò non ne ha ancora parlato con Ursula, alla quale confida più o meno tutti i suoi pensieri. E tantomeno a Zake. Anzi, a lui non ha ancora nemmeno fatto vedere le sue nuove, bellissime e agili gambe!Al pensiero le sfugge un sorriso, che le tira qualche decina di muscoli facciali, procurandole un momentaneo, fuggevole, dolore diffuso nel volto. Ricordandole amaramente che non è ancora divenuta quella farfalla completa e meravigliose che tutti si aspettano con tanta ansia.



***
I muscoli di Zake si tendono sotto la tela della camicia provocandogli un piacevole effetto; non si è mai sentito così bene! Il carrello rulla veloce e leggero sotto la sua spinta su per il corridoio, fino al montacarichi. Anche il suo cervello adesso marcia al ritmo delle ruote che rullano sul pavimento, risvegliato a una nuova vita dalle magiche cure di quella gente. Carrello, cervello; Zake è orgoglioso dell’ardito binomio e non vede l’ora di raccontarlo a Ursula.Zake spinge il carrello e vede la gente per i corridoi. Gente che riconosce e che saluta! Zake, finalmente, s’é accorto che esiste un mondo al di fuori del suo individuale universo, oltre il suo bacato egoismo. Ancora una fermata del carrello: alla stanza dopo la vetrata. Una camera molto speciale, per lui. La camera della sua Airon.Zake non rammenta molto degli ultimi anni. Non è mai stato molto lucido. A volte si fanno spazio in lui solo frammenti di una remota realtà, in cui una figura storpia e rattrappita accudiva ai suoi bisogni giù tra i drums. Vive quel ricordo come una sorta di proseguimento allucinato dei suoi viaggi. Invece, ha scoperto che quel fagotto di stracci era reale almeno quanto lui adesso; negli ultimi tre anni la sua sopravvivenza era stata garantita dalle sue cure. Se non fosse stato per lei non sarebbe sopravvissuto. Se non fosse stato per lei, per Airon, ora Zake non sarebbe in grado di spostare agilmente il carrello della biancheria, ma nemmeno immaginare nel suo cervello l’esistenza di un carrello del genere. Il debito che Zake riconosce di avere nei confronti di Airon è immenso. E ogni volta che entra nella sua stanza e la vede infagottata nelle dermosacche nutritive di rigenerazione della pelle, sente aumentare in lui un sentimento che va ben oltre l’ammirazione. Airon aveva salvato se stessa e aveva coinvolto lui in quella redenzione inaspettata. Avrebbe potuto voltargli le spalle mille volte e invece ha obbligato quella gente a guarirlo.Tutte queste considerazioni ormai fanno parte della chimica che governa il cervello di Zake, per cui quella teoria di considerazioni dura inconsciamente il battito di un ciglio; il tempo esatto dalla fermata del carrello della biancheria all’apertura della porta.Zake rimane impietrito nel vedere Airon che agita per aria un paio di gambe: belle da mozzare il respiro. Anche Airon si immobilizza e rimane congelata in una posizione che per Zake rasenta la perfezione armonica. La ragazza ci mette un attimo a coprirsi con le coperte, ma molto di più a trovare il fiato per parlare: — Credo che tu faccia meglio a bussare, d’ora in avanti — la sua voce risuona fredda nella stanza; Zake è talmente sbigottito che stenta a riprendersi. — Mi hai capito?Lo sguardo di Zake indugia ancora sulle coperte, perfettamente conscio di ciò che celano alla sua vista. — Sì, certo. Scusami. Non sapevo che tu... Cioé che loro...— Sì, va bene. Ho capito. Lascia perdere.L’impianto vocale di Airon è per il momento ancora collegato a un apparato disposto ai piedi del letto, e Zake trova estremamente irritante dover guardare la figura della ragazza e sentire una voce fredda provenire da dietro le spalle. Il tono metallico del dispositivo poi, spersonalizza ogni frase che Airon pronuncia, impedogli di capire se le sue parole sono di risentimento, di confusione, di irritazione. O di pudore. Alla fine Zake si costruisce mentalmente quest’ultima convinzione, adagia le lenzuola pulite sulla sedia in fianco al letto e esce estremamente imbarazzato, chiudendo delicatamente la porta.
* * *
Ciò che animava invece Airon, e che l’apparato di riproduzione vocale non poteva far trasparire, era molto simile al risentimento. Probabilmente lei stessa non se ne rese conto, almeno finché non venne il giorno in cui le tolsero la maschera nutritiva dal volto. E si vide finalmente allo specchio.La sua bellezza, paragonata a quella del biondo Zake, è impareggiabile. In un attimo — aveva avuto a disposizioni mesi per maturare inconsciamente quella convinzione! — le fu chiaro che lei, farfalla, era destinata ad un altro mondo che non quello terricolo e limitato in cui si sarebbe agitato Zake. Lei si sarebbe librata sopra tutte le sozzure e le deformità della società e avrebbe rappresentato il limite della perfezione. L’equipe medica della Scuola è entusiasta e Ursula è anch’essa raggiante di felicità. Usciti tutti i medici le due donne rimangono sole ed è l’impaziente Airon a parlare per prima: — Quando mi scioglierete il corpo da questo bozzo ingombrante?— Tra qualche giorno, cara. Le suture ai servomeccanismi di movimento sono delicate. Abbiamo sostituito praticamente quasi il novantacinque per cento del tuo torace. La rimarginazione è lenta. Non come sugli arti inferiori, dove abbiamo solo modificato ciò che era imperfetto.— Come sarà il mio corpo?— Abbiamo raddoppiato la forza dei tuoi muscoli...— No! — interrompe Airon, le cui corde vocali sono ancora collegate alla macchina di riproduzione. — Intendo la forma. Come sarà?Ursula scruta il volto bellissimo di Airon prima di rispondere. — Una forma perfetta... — Ma Airon non sta nemmeno più ascoltando, rapita dalla sua immagine riflessa nello specchio.

ZAKE DEI DRUMS

Dal monitor Ursula ha assistito a tutta la scena. Ha visto come Airon ha umiliato Zake, come lo ha deriso. Utilizzando tutte le malizie che solo una donna può scovare per allontanare un uomo, il quale ha avuto la forza di sentirsi amareggiato come solo un uomo riuscirebbe a sentirsi.Ursula riflette su questo concetto altamente estetico: le malizie, quale caratteristica femminile, e l’amarezza come sostanziale particolarità maschile. Prima di uscire riesce a trovare il tempo per dettare alcuni appunti subvoce per ritornare più tardi ad analizzare il concetto.Trova Airon ancora nella sua stanza che si appresta a terminare i suoi esercizi fisici. La musica ha ripreso a pervadere la stanza al consueto volume, fastidioso per Ursula, ma necessario ad Airon. Per i suoi esercizi fisici, il cyborg, sembra preferire l’assordante nausea provocata da una musica ad altissimo volume al monotono frastuono del brusio di corsia.Ursula si ferma sulla soglia; Airon fa finta di non averla ancora vista, ma Ursula sa benissimo che non è possibile. L’udito ultrasensibile di Airon, anche in mezzo al fragore infernale provocato dalla musica, ha sentito senza alcun dubbio l’avvicinarsi dei suoi passi alla camera, almeno da dieci metri di distanza. Airon si sta concentrando; sa che Ursula è venuta per dirle cose forse spiacevoli e sta prendendo tempo.Flette il corpo pieno, protetto solo da un minuscolo slip, in un arco da contorsionista; la mano destra tesa allo spasmo tocca il pavimento dietro i suoi piedi e con uno scatto violento e sensuale tutto il corpo esegue un’ultima giravolta: una frustata in pieno viso all’Universo. Airon si ritrova in piedi, eretta sulle punte, gli occhi chiusi e le labbra carnose semiaperte; un lieve ansito le alza i seni generosi, i capezzoli eretti. "Una dea furiosa e appagata", pensa Ursula mentre Airon apre gli occhi e finalmente la guarda: due pupille verdi che bruciano su un viso regolare, incorniciato da lunghi capelli neri.Ursula si riscuote e allunga una mano per spegnere l’impianto di riproduzione sonora; la stanza piomba in un silenzio irreale. Airon si volta e raccoglie un asciugamano per detergersi il sudore dal corpo; i suoi occhi sono ritornati quelli di sempre: benevoli e incantati.— La festa è finita, vero? — ad Airon è sempre piaciuto giocare d’anticipo. In quel caso Ursula non riesce a nascondere un moto di sollievo.— Sapevamo che prima o poi... La tua forma fisica è perfetta. Sei una donna nuova. Il mio progetto è stato portato a termine. Personalmente ho ottenuto ciò che desideravo... Possiamo dire lo stesso di te, Airon?Ora è lo sguardo di Ursula ad essere fisso sul volto della ragazza. Fermo, indagatore, ma anche accusatore.— Hai incontrato Zake, a quanto pare — il suo sguardo sfugge e le sue mani cercano qualcosa per stare impegnate. Un accappatoio.— Perché, fa qualche differenza se io non l’avessi visto? Cambierebbe qualcosa per la tua coscienza?Airon stringe con violenza la cintura dell’accappatoio che ha appena indossato e la sua testa si volta di scatto verso Ursula: — Cosa centra la mia coscienza? Io non ne ho più una. Sono una donna nuova, l’hai detto tu stessa!— Vi era un patto fra noi. Non credo che tu l’abbia dimenticato: "Dove va Airon, là c’é anche Zake". Dopo aver visto quello che ho fatto per te, penso di avere tutto il diritto di chiederti di mantenere fede a quella frase.— Me lo dovrei portare dietro per tutta la vita? No, grazie, fata buona. Mi sono bastati gli anni che ho passato a pulirgli il piscio di dosso. » E’ lui che mi deve ringraziare.— Non smette mai di farlo, mi sembra.— Appunto! » nauseante... Ogni volta che lo vedo il mio olfatto non può fare a meno di risentire la puzza dei drums! E dopo la puzza i ricordi... Sono mesi che cerco di lavarli via, questi ricordi.— Forse è una puzza che ti porti addosso tu stessa...— Ehi fata! Se sei venuta a presentarmi il conto, va bene! Ma niente prediche! — lo sguardo di Airon è duro e si infrange contro l’amarezza della piega della bocca di Ursula. Per un attimo riaffiora tutta l’acidità della storpia Airon.— No, niente conto... Vai per la tua strada e cerca di gioire.Airon è incredula: — Vuoi dire che mi regali questo corpo e tanti saluti? Me ne posso andare per il mondo senza debiti verso nessuno?Ursula alza la testa con un sorriso fiero: — Certo, mia cara.— Cosa mi nascondi, fata? Che succederà quando sarà scoccata la mezzanotte?Ursula si alza lentamente, sempre con un mezzo sorriso sulle labbra. Si volta e si avvicina alla porta. Prima di uscire lancia un ultimo sguardo sornione ad Airon che è in piedi in mezzo alla stanza, fasciata nell’accappatoio, non capendo ancora se le è stato fatto un regalo o un terribile scherzo."Lo capirai, gioia. Lo capirai" pensa Ursula chiudendo la porta su quello sguardo frastornato.
* * *
Zake e Ursula guardano dalla grande vetrata della Scuola la figura di Airon inghiottita dal taxi. La donna è felice, perché sa di essersi liberata di un peso; anzi, di un duplice peso. Il progetto del cyborg è stato un successo, ed ora ha in mano un notevole potere contrattuale nei confronti delle lobby imp—com. Il secondo peso è quello dell’insuccesso di Airon. Insuccesso come donna, cioé.Airon non sa niente del mondo. Non ha idea di come può essere cattiva e infida una società basata sul profitto. Airon è una donna splendida in mezzo a milioni di donne splendide. Una nullità. Se ne renderà conto molto presto e Ursula già fin d’ora sa che la vedrà tornare; il suo profilo psicometrico prevede un ritorno nel giro di tre/quattro settimane. — Dovrò trovare una sistemazione per quella ragazza... — mormora con il viso ancora voltato al vialetto, dove il taxi si sta allontanando.— Ma se l’ha appena lasciata andare! — l’amarezza di Zake già da qualche giorno per reazione si è trasformata in iperattività, sia motoria che psichica. Tra qualche ora anche lui schizzerà via da lì. Ursula, paradossalmente, vede in lui un futuro molto più positivo. — Hai già deciso dove andare?Zake non ha nessuna incertezza: — Tra i drums! Ho lasciato parecchie cose in sospeso laggiù.— Mi preoccupa Quello che ha perso Airon... Dille che sa dove trovarmi.un poco questa decisione. Sarà facile ritornare a essere quello di prima.— Lei non ha idea di come era prima...Ursula sa che è stata fatta una terapia inconscia a Zake di rafforzamento della personalità. Non ci dovrebbero essere problemi e lui crederà che sia la sua forza di volontà a sorreggerlo nei momenti difficili. Oltre naturalmente a una serie di repulsioni psichiche disseminate nel suo inconscio contro tutti i tipi di droga conosciuti. Già che si presentava l’occasione le era sembrato il caso di sperimentare anche quelle.— Dovrai tornare per delle periodiche visite di controllo. Lo farai?— Penso di sì. Io riesco a ricordare i debiti.— Che farai laggiù?— Non so. Dipende da quello che trovo. Una cosa è certa: c’é sempre qualcosa da fare giù ai drums per qualcuno con la testa sulle spalle.Ursula scrutò Zake per un lungo istante, prima di formulare la domanda che da tempo giaceva sorniona nella sua mente: — Perché qualcuno deve provare il bisogno di rifugiarsi nei drums ?Lo sguardo di Zake si perde in ricordi che forse non ha più: — Ci sono mille ragioni perché uno finisca nei drums. Ci puoi essere scaricato; da piccolo intendo, appena nato o poco più. Ci puoi scappare da solo, perché ti sembra l’unica maniera decente per sopravvivere a questo schifoso mondo. Ti ci può rinchiudere la vita, non lasciandoti null’altra via di fuga. I drums sono il ripostiglio della società; perché mai uno dovrebbe andare in ripostiglio, se non per cercare qualcosa?— E tu, cosa cerchi?Zake raccoglie il sacco con la sua roba e si avvia sorridendo all’ascensore. Sa che quella di Ursula non era una vera domanda, ma lo stesso trova qualcosa da darle in risposta: — Quello che ha perso Airon... Dille che sa dove trovarmi.


(© 1997 by Giorgio Ginelli

Giorgio Ginelli è insegnante, giornalista, curatore di varie attività in campo economico e culturale, è specialista di medicina cinese ( opera shiatsu). Ha al suo attivo una notevole produzione letteraria in campo fantascientifico, che potete consultare in:
http://www.gginelli.info/fiction/index.htm



Chiacchierata con

Giorgio Ginelli

per il racconto

“Airon & Zake”



PREMESSA: Il tuo racconto, oltre all’aspetto letterario e a quello “morale” offre la possibilità di allargare il campo d’azione all’analisi sociologica ( e ne voglio approfittare per fare questa chiacchierata con te). Questa è una caratteristica della narrativa di science fiction che è sempre stata osservatrice analitica della società.







Noi stiamo assistendo a cambiamenti epocali delle strutture sociali nell’intero pianeta. È proprio recente un dato esemplificativo: le persone che vivono nelle città hanno superato come numero chi vive al di fuori (campagna, montagna, coste, etc...). Le rivoluzioni industriali hanno sempre comportato situazioni di urbanizzazione. Ora il concetto di megalopoli si sta affermando contemporaneamente a quello degli “slum” le gigantesche periferie dominate dalla miseria con tutti i problemi conseguenti. E’ uno degli effetti della globalizzazione che ha distrutto le economie locali per dare spazio alla manifattura produttiva di chi lavora per le multinazionali. Gli slum assumono simbolicamente soprattutto nel sud del mondo i percorsi infernali dei gironi danteschi.
Nel nord del mondo (in Italia meno a Milano ma più evidente a Roma, a Torino per esempio) si sviluppano le banlieu, grandi periferie dominate dalla precarietà soprattutto di origine immigratoria e giovanile.
Nel tuo racconto i protagonisti arrivano da queste situazioni. Come vedi tu le periferie, le banlieu, gli slum. C’è la possibilità di salvezza?

Le nostre periferie non sono le banlieu francesi. Non abbiamo un'integrazione razziale così consolidata e organizzata. Siamo più allo sbando. Le nostre periferie sono state però invase in forma più sottile, non in modo sistematico. A un certo punto uno si è accorto che in città ci sono trentacinque etnie differenti, per magari qualche migliaio di persone. Fino a ieri sentivi parlare dialetto nelle corsie del tuo supermercato, adesso trovi donne che discutono sull'etichetta dei pomodori in dialetto ukraino oppure ispanico. E non è stato un procedimento lento; è successo quasi di colpo.
Le nostre periferie non sono ai bordi delle metropoli; in una superficie di più di 300mila kmq abbiamo forse solo un paio di città degne di questo appellativo, troppo poche per creare vera aggregazione sul modello delle banlieu.
Abbiamo però una buona tradizione in altre forme di aggregazione periferica, più nostrane e caserecce, ed è a questo che pensavo quando ho scritto il racconto. Ho proiettato nel tempo (e sono andato in là, perché ci sono colonie extra-mondo, per cui coscientemente mi sono posto alla fine del XXI secolo) una forma di slum che già negli anni '70/'80 era presente in una città come Milano e l'ho chiamata drums, quasi una parola onomatopeica.
La degradazione, nel racconto, è di tipo urbano, ma si avverte poco nel sociale: prende la forma del trip di droghe, un fenomeno a cui dovremmo essere preparati fin da adesso.
A ben guardare, adesso appunto, gli slum sono invece "isole nelle città", i problemi non sono ai margini periferici ma a volte radicati dentro il cuore della città. Sono distribuiti a macchia di leopardo; basta guardare un telegiornale qualsiasi alla sera. La droga non ghettizza relegando in zone suburbane i fruitori, ma si è infiltrata in tutti gli strati sociali; non è più un fenomeno punk. Non possiamo salvarci.

Tra i grandi cambiamenti epocali a cui accennavo in precedenza risalta quello legato alla trasformazione del corpo. Un corpo che diventa tante cose: distinzione classista, manifestazione narcisistica dell’ego, spazio legato ai “segni” gruppali ( vedi mode, o gruppi che si caratterizzano con una comune identificazione visiva); rappresentazione del proprio rifiuto al sistema che arriva nei casi estremi all’automutilazione; etc...
Esiste persino un programma televisivo in cui sarti ed estetiste curano l’immagine di un/una ospite per trasformare il brutto anatroccolo in cigno. Iron cambia il corpo e cambia destinazione sociale, opportunità, aspettative. È il mito piccolo borghese ben alimentato dalla pubblicità consumistica il cui l’ultimo fine utilitaristico tu lo evidenzi bene nel ragionamento di Ursula: “... prendi un rifiuto umano, riabilitalo, reinseriscilo in una fascia sociale significativa e acquisterà uno spessore agli occhi delle lobby: questo su larga scala era una concreta possibilità commerciale per risolvere il disavanzo di importazioni...”
Sei riuscito in questo breve brano narrativo a farci vedere il senso fondamentale del classismo come meta da raggiungere attraverso il consumismo.

Non so se nella mia testa ci fosse una chiara definizione di classismo, quando ho scritto il racconto. L'idea che mi affascinava era soprattutto quella del cambiamento che si ritorce su se stesso. Una tragedia, in puro stile melodrammatico, mascherata da favola: io ti desidero, ma tu non mi consideri nemmeno, poi il destino decreta un cambiamento radicale che dovrebbe avvicinarci, ma a quel punto sono io che volo da qualche altra parte e finalmente tu soffri, ma comprendi.
Airon cambia, ma il cambiamento fisico dopotutto non è quello che lei inizialmente voleva, ma poi le piace e le prende la mano proiettandola lontano. Credo che queste pulsioni vadano al di là del classismo, esattamente come la droga non è più retaggio di classe, ma è trasversale. Ancora una volta Dick aveva visto giusto.


Mi preme questo argomento per cui continuo.
L’opportunità data ad Airon e Zake sembra, nella sua eccezionalità, l’immaginario di aspettative create da chi spera che quel biglietto della lotteria nazionale lo faccia vincere cambiandogli radicalmente il ruolo sociale. La giovane proveniente dai “drums” esclama: “...Vuoi dire che mi regali questo corpo e tanti saluti? Me ne posso andare per il mondo senza debiti verso nessuno?
Io ci vedo, nelle forme più ridotte, banali, i miti attuali, come quello delle cosiddette “veline”: senza alcun merito ottieni qualcosa come la notorietà (che nella società televisiva di spettacolarizzazione diventa “capitale d’investimento”). Ho questo senza meriti? Penso che intere generazioni stiano vivendo questa falsa aspirazione. Terrorizzante.

Qualsiasi generazione ha sofferto per le false aspirazioni. È naturale forse che i modelli di riferimento della gioventù siano sempre quelli più accattivanti e meno monotoni; nella prima metà del XX secolo credo che una buona parte delle giovani generazioni siano state abbagliate da aspirazioni che li hanno poi fatti precipitare a morire in umide trincee.
Il problema non sono le aspirazioni ad essere false, allora, ma dar loro una chiave per definire la giusta misura. Forse adesso manca questo: siamo incapaci di fornire delle chiavi di lettura precise, per cui uno prende quelle che trova. Sono giovane, ho appena finito di studiare, accendo la TV e vedo gente che per una mezza giornata di notorietà diventa milionaria. Mi guardo intorno e vedo genitori abbruttiti da lavori asfissianti e fratelli laureati che vuotano cestini della spazzatura. Se nessuno mi prepara, sfido chiunque a non aspirare al suo quarto d'ora di notorietà.
Ad Airon è stata offerta una possibilità: anche lei la coglie perché non può fare altro. Per amore di Zake avrebbe colto qualsiasi opportunità. Ma non è in grado di gestirla nel modo corretto perché non è preparata; l'amore svanisce e la volontà di potenza, prende il sopravvento.

I due protagonisti che arrivano dalla società marginale evidenziano due comportamenti decisamente differenziati. Zake dimostra che quello che dobbiamo avere sta scritto dentro di noi, nel nostro cervello, nelle nostre aspirazioni, nella nostra personalità. Con questa ricchezza si può vivere da qualsiasi parte. Sei d’accordo? O l’ambiente di provenienza (vedi le periferie del mondo) è impietosamente un “buco nero” ?

Non credo che le scelte possibili per un individuo siano così lineari: se ho elementi positivi dentro questi comunque emergono e sono un faro nella notte anche nella situazione più avversa, se invece sono "bastard inside" metto le puntine da disegno sulla sedia di Maria Teresa di Calcutta.
Uno può essere anche ricco dentro, ma per tutta la vita non riesce ad esprimerlo perché non è nel posto giusto. Nel racconto Zake è quello che si riabilita, che riesce a trovare una speranza per gestire il buco nero. Il finale è aperto, e magari anche Airon arriverà a superare la sua ansia di potenza e potranno ritrovarsi. Ma non con percorsi lineari.


La letteratura di fantascienza ha trattato in molti modi l’evoluzione del cyborg ovvero di un essere umano che presenta innesti biologici ( pensiamo alle serie televisive de “l’Uomo da Sei Milioni di Dollari e la “Donna bionica”). Anche esseri totalmente creati “ex novo” dalla bio‐ingegneria: gli androidi (vedi i “replicanti” di “Blade Runner”). La cosa che accomuna queste fiction è che gli esseri creati diventano strumenti in mano a qualcun altro, per scopi soprattutto di sfruttamento: lavorare in condizioni estreme, su pianeti inospitali, nel vuoto, per vivere nei mari e negli oceani, e così via.




La ricerca scientifica senza fini utilitaristici è poco numerosa. Il Cyborg e gli androidi sono allora i lavoratori sognati dal capitale? Al capitale i “replicanti” dickiani fanno paura o come nel tuo racconto saranno comunque controllati?

Il controllo è insito nella creazione; se creo, poi pretendo di avere un controllo su quello che ho creato. Tendiamo a farlo anche con i figli, e la cosa fino a un certo punto rappresenta una sicurezza, ma il controllo deve poi trasformarsi in qualcos'altro.
È un binomio inscindibile quello che si instaura tra creatori e creature. I replicanti di Dick fanno paura perché sono andati fuori controllo; ma anche loro stanno tornando sulla Terra perché vogliono trovare il creatore e vogliono delle risposte.
Ursula lascia andare Airon perché ha già valutato che questa tornerà asservita; questa parvenza di libertà le costa minori risorse che non costringerla a restare.

Sono passati alcuni anni da quando hai scritto questo bellissimo racconto. Se ti chiedessero di scriverne un altro ma con le stesse tematiche, faresti cambiamenti, aggiungeresti altre riflessioni, i personaggi farebbero le stesse scelte? Scrivilo mentalmente in pochi secondi. O sarebbe lo stesso?

Non scriverei lo stesso racconto, sicuramente. Sono cambiato io, ed è differente anche quello che intravedo all'orizzonte, rispetto agli anni '90. Farei di sicuro una storia che coinvolga di più l'esterno, i drums, che nel racconto sono una presenza sullo sfondo. Il racconto è nato perché volevo farne una serie basata sul personaggio di Ursula e sulla modificazione della società operata da questa sorta di "setta scientifica". Più che rifarlo mi piacerebbe fare il seguito di Airon & Zake; ambientato qualche decennio dopo, e lavorare sulla maturità dei personaggi.

Grazie Giorgio.

L'intervista è stata curata da Mario Sumiraschi


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giovedì 5 marzo 2009

"La morte" poesia di Elisa Greco


La morte:
è un'anima che si spegne.
è un fiore forse rinato.
è un
dolore irrefrenabile.
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"Il thè" poesia di Elisa Greco

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Il fumo del thè
acceca i miei occhi,
il profumo aumenta
l'atmosfera mattutina
e la mia bocca,
ne assapora
il gusto
del risveglio.
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domenica 22 febbraio 2009

sogno di niente racconto di Stefano Bon


Sogno di niente
di Stefano Bon


Non è tutto ciò che vediamo,
O ciò che ci sembra di vedere,
soltanto un sogno dentro il sogno?

Edgar Allan Poe



Uscii dalla vasca ibernante.
Mi sentivo… bè, in una parola: rinato. Sapete, bisogna provarlo ed essere capaci di descriverlo. Io non penso di esserne capace, però dovete credermi. Morire e poi svegliarsi, come una stella nella notte, e poi viene il giorno e si muore, e poi torna la notte e si rinasce. Proprio così, spero sia chiaro.
Uscii dalla vasca ibernante e dissi: “ Eccomi qua “. Può darsi che all’astronave non importasse e nemmeno agli altri che erano ancora morti, ma a me sì. Suppongo valesse più di un sogno o di una vincita al poker con gli amici, quel mio eccomi qua. Se sapeste quanto ci tengo ai miei sogni e al poker con gli amici, comprendereste meglio la profondità della mia affermazione.
“ Eccomi qua “. Nel vuoto. Nel nulla. Bè, succede a volte, soprattutto a chi come me vive nello spazio. Accidenti a lui, se fosse diverso da quello che è non sarebbe più la stessa cosa, vi pare? Perciò: “ Eccomi qua “.
Mi tirai su e sbadigliai. Diedi un’occhiata al temporizzatore della vasca e il secondo sbadiglio mi morì in bocca. Secondo l’orologio spaziotempo ero morto per qualcosa come… bè, al diavolo, voi sulla Terra direste per trentasette anni e nove mesi, una bella dormita davvero, non so se rendo l’idea. Se mettessi in fila tutti gli anni che ho trascorso ibernato forse Matusalemme arrossirebbe davanti a me. Ma non è il caso, davvero. Matusalemme è morto e io vivo, non vi sembra?
Feci due passi e un po’ di ginnastica per sgranchirmi le gambe. Mi guardai attorno. Fa sempre uno strano effetto risvegliarsi dopo un sonno così lungo. Mi pare di capire che la vita sia una cosa seria, dannatamente seria, ma allo stesso tempo una parte di me non riesce ad accettare questa realtà. Continuo a giocare come un bambino. Per un po’ vivo, poi muoio, e poi vivo ancora, e poi torno a morire, una vera lagna.
Mi avviai alla cabina delle docce e sentii il soffio d’aria di una delle altre vasche che si apriva.
“ Taylor “ scommisi mentalmente.
Mi voltai a guardare. Non era Taylor bensì Jones-la-tettona. Non so voi, ma a me le donne con le tette grosse non sono mai piaciute un granché, questione di gusti, si capisce, però c’è più finezza e fascino in un seno piccolo, che si può stringere in una mano e… fiuu! Bè, comunque Jones non era niente male, bisogna proprio che lo dica, e Taylor si svegliò solo per terzo, e per ultimo Braddy.
Facemmo la doccia e fu come rinascere una seconda volta in pochi minuti. La prima era stata quando le palpebre avevano sbattuto una, due volte, poi tre e noi ci eravamo detti: “ Anche questa volta ci siamo svegliati. Esistiamo, che bello! “ E la seconda sotto la pioggia di caldi aghi d’acqua… ah, che meraviglia, come una vibrazione dell’universo.
Dopo la doccia ci ritrovammo tutti intorno alla tavola. I macchinari ronzavano e le luci fluttuavano, come ubriache, e la musica sapeva di antichità e di ossa, e tra tutti e quattro non si erano dette che poche parole, ciao Taylor, ciao Jones, ciao Braddy, ciao Spike ( che sarei io ), e nient’altro… Bè, Cristo, era sempre così all’inizio, ci mancherebbe. Le corde vocali sono corde vocali, se non le usi per tanto si arrugginiscono, esattamente come un cervello, e uno non può pretendere che riprendano subito a sputare aria. Ci vuole un po’, e poi è bello il silenzio dei gesti e degli sguardi, senza parole, ma è come se si parlasse e tutti capiscono e si sentono più vicini. A me piace e anche agli altri, Ve l’ho detto,,, bisogna provarlo per capirlo.
Mangiammo cubetti di pollo e qualcos’altro fatto con la soia. Dopo tanto tempo il cibo ha un gusto così buono che ti sembra un insulto non aver mangiato per anni, e pensi che sarebbe un’ottima cosa se inventassero una vasca ibernante dove insieme al sonno senza pensieri ci fosse anche una tavola sempre imbandita, e un angolo per la TV e i giochi di società, che so io?, magari anche un tavolo da ping-pong.
Mangiammo e bevemmo e alla fine i nostri occhi dissero: “ Ora va meglio ”.
Restammo silenziosi a fumare e a guardare il fumo spegnersi nei ventilatori, e tutto sapeva di festa e allegria.
“ Bene “ disse Taylor alla fine, studiando il filtro della sua sigaretta. “Adesso che ci siamo rifatti del tempo perduto, dovremmo dare un’occhiata ai programmi di bordo. Se la Mamma ci ha svegliati ci dev’essere del lavoro per noi, da queste parti. Che mi dici, Braddy? “
“ Ho dato un’occhiata ma non mi pare ci sia un granché. Abbiamo uno shopping tra le stelle per il recupero di un satellite in tilt e poi, visto che ci troviamo nel suo settore di influenza, abbiamo un carico di duraxite su Magellano 7. Una vera pacchia “ rise come un cavallo, rivoltando le labbra e mostrando i denti.
“ Va bene, allora “ fece Taylor strizzando l’occhio a tutti quanti. “ Mezz’ora di pausa e poi si comincia. Vediamo di sbrigarcela alla svelta… ho un sogno interrotto che mi aspetta, là dentro “. Indicò alle sue spalle, la sala con le vasche ibernanti.
“ Uno solo? “ volle sapere Jones, aggiustandosi i capelli. Io mi misi a ridere. Non per via della domanda o dei suoi capelli, no, ma per la sua voce di gallina. Aveva detto uno solo come coccodè… proprio come una gallina, ecco, una gallina con le tette e una voglia che non finisce più. Risi di nuovo.
Jones mi guardò e sorrise. Sapeva dei miei gusti in fatto di donne, ma non aveva ancora gettato la spugna… si dormiva così tanto su quell’astronave che forse, una volta, avrei anche potuto addormentarmi accanto a lei.
“ Bè, accidenti, un sogno è sempre meglio di niente “ esclamò Taylor che, al solito, amava prendere tutto sul serio. Per questo lo avevano fatto capitano.
“ Ma se il sogno è un sogno di niente… “ dissi piano come se temessi di farmi sentire.
Nessuno disse nulla, così Taylor concluse: “ Siamo d’accordo, allora. Tra mezz’ora vi voglio tutti in quadrato. Magellano 7 ci aspetta “.
Magellano 7 ci aspetta, pensai alzandomi. L’idea che qualcuno ci stesse aspettando, proprio noi ch’eravamo viaggiatori del Nulla e di Nulla, mi affascinava. Chissà come se la passano laggiù, ad invecchiare tutti i giorni?


Se c’è una zona in tutta l’astronave in cui uno si sente veramente solo, bè, questa è la camera di decompressione. Sapete cosa intendo quando dico solitudine. Parlo della solitudine che è dentro di noi e che c’è sempre, ma che a volte si riesce a nascondere e a ignorare: nella camera di decompressione lei viene a galla come un liquido denso che imprigiona i sensi, e lo stomaco si stringe e i polmoni si svuotano più velocemente e il vetro del casco si appanna dello spirito e il tempo si ferma, lei c’è e niente può mandarla via.
Non che la solitudine sia cattiva, questo no, ma è come arriva, tutta ad un tratto, che fa male. Per forza di cose fa male. La vita nello spazio è come una bugia di Pinocchio, il naso lungo così e tutto il resto, ma la solitudine no. Lei è reale ed è buona, fa parte di noi, e se non esistesse nient’altro potrebbe esistere, tutto sarebbe inutile: viaggiare, esplorare, ricordare, sarebbe solo un gioco imbecille che non varrebbe la pena di vivere e morire.
Ma con lei, la solitudine amica che gironzola tra le stelle e nei nostri cuori, bè, tutto è diverso, più importante. Come il sale in cucina, non so se mi spiego. Quella cosa che dà sapore e che non deve mancare mai e in nessun luogo più della camera di decompressione lei vive in te e non ti lascia fino a quando non ti accorgi che è lì e l’accetti e le sorridi.
Così stavamo lì, Braddy ed io, e sapevamo che sarebbe venuta. Braddy disse: “ Non dovremmo uscire? “ Chiuso nella sua tuta d’argento somigliava a un bambolotto grasso e impacciato.
Sapevo che qualcosa lo frenava e che aveva detto quella cosa per trovare in me un appoggio, un aiuto alla sua solitudine. Era schiacciato in un angolo e le stelle si trovavano a soli dieci centimetri da lui, oltre la paratia stagna.
Così lo fissai e gli risposi: “ Quando vuoi “ e lui abbassò la leva rossa e ci fu il sibilo dell’aria che se ne andava e lo sportello si aprì.
Si voltò e disse: “ Andiamo “ ma lo diceva a sé, se capite cosa voglio dire. Era lui che doveva trovare la forza.
Così uscimmo nello spazio amico e fu come se ci fossimo calati all’interno di una bottiglia vuota, col fondo ambrato che funziona da lente e fa sembrare le cose diverse da come sono, smuovendo le certezze di tutti i giorni.
Vedevamo le stelle rilucere e tremolare, accendersi dei nostri desideri e volare via, nel silenzio che formava il Niente.
“ Spike “ disse la voce di Braddy. “ Tu lo sai di cosa parlo… ma non ti sembra che ci sia qualcuno, qui con noi? “
Sorrisi all’alone umido che ricopriva il vetro del casco. “ Proprio così, Braddy. Come durante il lungo sonno. Ci siamo noi e le nostre fantasie, chiamale come ti pare. Ti fanno paura? “ La mia voce risuonò per un poco nella quiete della Notte, poi si perse nell’infinito.
Vidi Braddy compiere una piroetta, danzare senza peso come le illusioni che si portava dentro. “ Un po’, però è bello. Niente lo è altrettanto “.
Annuii tra me. Non sarebbe stato carino aggiungere altro. Braddy aveva detto l’essenziale, e nel silenzio dello spazio le parole di troppo sono qualcosa di proibito, un insulto alla poesia dell’Universo. Dissi soltanto: “ Recuperiamo il disperso “ riferendomi al satellite.

E nuotammo verso di lui, verso le stelle, e tutto ci pareva non dovesse finire mai.

Tornammo a bordo un’ora più tardi, che non so a quanto equivalga lì sulla Terra, ma comunque molto di più. Vedete, il tempo non è un granché, quassù. Voglio dire, non è che uno si accorga del suo trascorrere… è facile comprendere il motivo. Qui nello spazio il tempo si è fermato, l’Universo viaggia e noi dentro di lui, ma siamo fermi, ecco cosa intendo, come tanti moscerini nell’occhio del gigante. Andiamo dove lui ci porta, è questo veramente, nel tempo senza tempo, che esiste da sempre e nessuno sa quando finirà, o se finirà, o se davvero è mai cominciato.
Il tempo è sospeso, dunque, e noi dentro di lui, come nelle vasche ibernanti. Le ore, i giorni, i mesi, gli anni, non sono che parole vane nello spazio, ricordi di un’altra dimensione. E forse noi siamo altrettanto, parole vuote voglio dire, perché no? A impedircelo potrebbero essere proprio loro, i ricordi, ma si sa che col tempo anche questi sbiadiscono e poi muoiono, se ne vanno e non tornano indietro, così noi, viaggiando nel tempo, finiremo col perderli tutti e a non ricordare altro che la solitudine, almeno lei.
Quando ci fummo tolti la tuta Braddy mi venne vicino e mi batté una mano sulle spalle.” Mi piace lavorare con te “ disse sfiorandomi appena con lo sguardo. Le sue dita avevano più coraggio dei suoi occhi.
Feci cenno di sì, senza sapere bene cosa rispondere. Forse perché lui era debole e non si curava di nasconderlo e io invece lo ero ancora di più ma cercavo di mascherarmi, non so. Fatto sta che annuii e me ne andai, e poi mi sentii strano. Incompiuto è la parola, se capite cosa intendo.
“ Tutto bene? “ chiese Jones appena mi vide entrare. Stava giocando col computer di bordo e perdeva, né più né meno del solito.
“ Un incanto “ risposi con ancora negli occhi la cascata di stelle.
Jones si voltò a fissarmi e sorrise come se lo avessi detto a lei. Io feci finta di niente e mi chiusi nella mia cabina a pensare.
Anche i pensieri sono qualcosa di vivo, una specie di fluido vitale. E nello spazio somigliano alla luna… chi come me ha vissuto per anni sulla Terra dovrebbe capirlo. Voi sulla Terra alzate gli occhi e cosa vedete? La luna, sissignori, l’occhio d’argento che parla di tutto e niente, ogni cosa viva che si agita nell’animo umano… come i pensieri, ma certo! I pensieri che si accendono nel vuoto e volano chissà dove, tra i silenzi delle stelle come in un mare di Niente. La Luna e i pensieri, la stessa cosa, e voi laggiù con il naso per aria, e tanti desideri dentro di voi che un diario solo per elencarli tutti non basterebbe…
Oh, Cristo, ma è una cosa ben strana questo piccolo essere chiamato uomo!


Jones non è solo una donna. Voglio dire, una donna che fosse una donna e basta non sarebbe mai venuta quassù di sua iniziativa, dico bene? Quindi c’è dell’altro in lei, dietro quelle tette e quella voce di gallina.
Le donne spaziali, chissà perché, mi hanno sempre insospettito. Lo spazio è una cosa seria, che diavolo, mica è il regno della moda e nemmeno del letto, sebbene a volte, di questo, si senta davvero la mancanza.
In Jones e in quelle come lei deve esistere una componente materna tutta particolare, se capite cosa voglio dire. Tutte le donne sono un po’ madri, si sa, ma nello spazio è diverso. Noi, nello Spazio, non siamo nulla, virgole di Niente, un seme di arancio sputato, ecco cosa, e allora come si può essere madri di questo Niente?
Forse è tutto un imbroglio, e la mia mente si è perduta in una delle tante morti nella vasca ibernante, chissà. Ma le donne spaziali hanno qualcosa che le rende diverse, complicate. Sono donne, capite, ma anche un po’ uomini… oh, al diavolo, un po’ l’una e un po’ l’altro. Per forza devono esserlo, altrimenti non ce la farebbero, è chiaro, lo spazio è un padre severo e freddo, che non fa prigionieri, e se Jones non avesse le tette che ha, bè, non mi sarebbe difficile pensare a lei come ad un uomo.
In fondo, penso, la chiamiamo Jones proprio per questo. Non si è mai sentito di una donna chiamata Jones, Jones e basta, voglio dire. La verità è che nessuno di noi conosce il suo nome, ma se è per questo nessuno conosce il nome di nessuno, qui a bordo. Non è una cosa importante, il nome. Immagino che un tempo lo fosse, senza dubbio, ma nessuno ha più il tempo e la forza di preoccuparsene.
Cercate di capire, se davvero a qualcuno importa del suo nome, perché magari è proprio molto bello e suona bene, bè, allora è meglio che se ne resti a Terra, dove può continuare a credere di essere quello che dicono i suoi documenti – nome e cognome e indirizzo, eccetera eccetera -, di essere sé stesso e nessun altro, un individuo unico e ben distinto, che ama e soffre e pensa, che in una parola vive…
Ma nello spazio i nomi non servono. Voglio dire, nello spazio non sono i nomi a dare un’identità alle persone. Oh, no, chiedetelo a chiunque… semmai è la solitudine di cui parlavo prima… so che è difficile da mandar giù, ma se ve lo dico potete credermi.
E così, sia io, sia Taylor, sia Jones, sia Braddy, ci chiamiamo in questa maniera per abitudine e praticità, non perché si creda veramente ai nostri nomi. Un giorno o l’altro ( che buffo parlare di giorni in questa infinita Notte dello spazio! ) potremmo decidere di scambiarceli e allora, magari, a me capiterà quello di Jones e a lei il mio e pensate che ridere se mi trovassi anche le sue tette…


Più tardi cenammo, o pranzammo, come preferite. Come ho detto i giorni e le notti sono un’unica creatura, e le stelle e il vuoto sono tutto.

“ Ho dato un’occhiata al satellite “ disse Brady tirando fuori la bottiglia delle grandi occasioni. Spiegò che il danno era una cosa seria e che l’agenzia di manutenzione ci avrebbe messo meno tempo a costruirne uno nuovo che a riparare questo che si era guastato, probabilmente a seguito di una collisione con il pulviscolo pietroso che gravita attorno all’atmosfera di Magellano 7. Al termine, tirate le somme del discorso, brindammo alla futura missione di rimpiazzo del satellite che, in qualità di nave recupero, ci eravamo assicurati.
Dopo il brindisi ci fu un momento di singolare euforia. Invece che quattro soltanto sembravamo una dozzina, e le nostre voci e le nostre ombre erano dappertutto. Ballammo e bevemmo come se da trentasette anni e nove mesi a quella parte non lo avessimo mai fatto, e poi ci fermammo di colpo e ci guardammo, più tristi di quando avevamo cominciato.
Ci fissammo a lungo, in silenzio, come per punirci di qualcosa, e le stelle fissavano noi come sempre, discrete nella loro ossessiva presenza.
Alla fine Taylor disse: “ Bene, ragazzi. Tra dodici ore penetreremo nell’atmosfera di Magellano. Fino ad allora siete liberi di spassarvela come meglio credete “.
Io sogghignai coprendomi la bocca. Non che non apprezzasi i suoi tentativi di sollevare il morale della truppa, ma davvero non capivo come un uomo come lui, veterano dello spazio, credesse ancora a quelle scemenze. Ma forse lui non ci credeva veramente, era solo che, in qualità di capitano, si sentiva in dovere di farlo credere a noi altri… il che era anche peggio, se permettete.
Noi tre ci guardammo in faccia mentre Taylor si alzava e si incamminava verso gli alloggi. Bè, io non vorrei dirlo, però forse avete capito lo stesso… Sorrisi a Jones e poi a Braddy, gli battei una mano sulle spalle, io, questa volta, e me ne andai. Che almeno due di noi si divertissero un po’ in quelle dodici ore che restavano, che diavolo.


Magellano 7 è un posto schifoso, inutile che ve lo descriva. Nessuno con un po’ di sale in zucca lo sceglierebbe mai per un fine settimana, e chi ci capita per lavoro è troppo preso dai suoi affari per curarsene. Ad ogni modo basta uno sguardo, anche distratto, per capire che non è fatto per l’uomo, e chi ci vive non so proprio come faccia.
Ci sbarcammo che era da poco spuntata l’alba, un fenomeno diverso da quello della Terra, dipinto di cremisi invece che di rosa, e con tante nubi dello stesso colore da tutte le parti, talmente tante che sembrava di essere scesi nel mezzo di una tempesta.

Bè, consegnammo i documenti di sbarco e ci avventurammo per la City. L’aria odorava di pesce, di colla di pesce per la precisione, e bisognava continuamente mandar giù la saliva o sputare, oppure indossare una delle maschere-filtro che vendevano allo spazioporto a soli 25 crediti.
Decidemmo di mangiare la saliva e di sporcare le strade della City, in fondo saremmo rimasti giusto il tempo di capire ch’era molto meglio lassù, in assenza di affanni quotidiani e di cattive compagnie.
Come al solito Taylor se ne andò per i fatti suoi, ma nessuno se la prese per questo. Credo, anzi, che fosse il segreto desiderio di tutti, rimanere soli su Magellano 7. Almeno un po’ soli, se capite cosa intendo. Soli tra gente che, forse, non è sola, e che se anche lo è, lo è in maniera diversa da noi lassù, e che se la incontri e ci parli e ci vai a letto, ti regala qualcosa di più della solita manciata di solitudine. E’ un po’ difficile, lo so, ma è così.
Dopo Taylor se ne andò anche Braddy, beato lui. Così rimasi insieme a Jones, il mio angelo con le tette e un’identità tutta da stabilire.
“ Che facciamo? “ mi chiese prendendomi sottobraccio.
Avevo voglia di una cosa soltanto, ma non ero certo che lei sarebbe stata in grado di capirlo. “ Vorrei camminare “ le spiegai, inspirando. Ormai l’odore di colla di pesce se n’era andato giù nei polmoni e l’aria sapeva quasi di buono ed era fresca, invitava a una lunga passeggiata.
“ Ma pioverà “ disse Jones indicando le nubi. Si accavallavano sopra di noi senza far rumore, quasi irreali.
“ Bè, anche se fosse, da quanto non assaporiamo un po’ di pioggia? “ era una bella domanda e nemmeno io sapevo da dove fosse saltata fuori. Quanta confusione, dentro di me.
“ Come vuoi “ assentì Jones indicando da una parte. “ Va bene di là? “
Sollevai le spalle e ci avviammo nella direzione che aveva scelto. Camminammo lentamente, in silenzio pensoso e ogni tanto ci fermavamo a guardare le nubi e il profilo della City che rimpiccioliva dietro di noi, mano a mano che salivamo la collina.
“ Io lo so perché ti piace “ disse Jones ad un tratto.
“ Come? “ trasalii, perduto tra i miei pensieri.
“ Ho detto che lo so perché ti piace tanto camminare “.
“ Ah, sì? “
Jones sorrise e annuì. “ Non credere di essere il solo a provare certe sensazioni. Lo spazio ci prende tutti, e io non sono diversa da te o dagli altri… di dentro, capisci? So cosa significa sentirsi prigionieri dell’astronave “.
La fissai per un po’, i suoi grandi occhi chiari riflettevano lo scorrere delle nuvole come un rapido dipinto a spruzzo. Riprendemmo a salire e io a pensare alle sue parole. Non c’era niente di nuovo in esse che già non sapessi, eppure era come se con esse Jones avesse voluto rivelarmi qualcosa, mi domandavo cosa.
Arrivati su un pianoro erboso, dominato da un solitario albero frondoso, Jones disse: “ Fermiamoci qui, ti và? “
Guardammo lontano, dentro di noi, e io scopri qualcosa dentro di me, una specie di ricordo disegnato su tela, con i colori ormai sbiaditi e i contorni sfumati… e quel disegno somigliava alla Terra, un poco soltanto.
“ Mi domando chi sei “ fece Jones slacciandosi il primo bottone della camicetta. “ Non che non lo sappia, te l’ho detto… Ma mi domando chi sei quando dormi, quando sei da solo nella vasca ibernante e tutto l’Universo si riduce a te e ai tuoi sogni che non potrai mai ricordare “ si slacciò anche il secondo bottone e poi il terzo e poi il quarto e poi le sue grandi tette esplosero fuori e io dissi:
“Mi piacerebbe scoprirlo. Ma dovrei essere sveglio in quei momenti per annotarmeli, e così forse non lo scoprirò mai… “.
Jones sorrise e mi prese la mano e poi le labbra e poi tutto il resto. Sopra di noi le nubi volavano veloci, come tanti pensieri allo sbando, e la Terra riposava dentro di noi come un Sogno di Niente… e di pioggia neanche a parlarne.


Ci fermammo su Magellano 7 per dieci giorni filati. Dieci giorni di quelli veri, voglio dire, con l’alba e il tramonto e le lancette degli orologi e la TV che rimane accesa e i bei pranzetti. Furono dieci giorni come ne capitano pochi e fu bello abbastanza da metterci addosso una gran tristezza.
“ Davvero bisogna partire? “ Braddy aveva la voce morta e lo sguardo ancora di più. “ Perché non restiamo ancora un po’?”.
Jones lo tirò per un braccio fingendo allegria. “ Tra qualche anno ci torniamo “ lo tranquillizzò “ e poi ci sono posti migliori. Diglielo tu, Spike “.
Io annuii in silenzio. Dopo Taylor ero quello che aveva viaggiato di più, o dormito di più, come preferite. Di mondi ne avevo visti tanti, mai però nessuno che mi avesse fatto sentire a casa mia come lo Spazio, e questo era da sempre il guaio della mia vita. Come una pianta senza radici, voglio dire.
“ Andiamo, su “ presi Braddy dall’altra parte e ci avviammo. Il ragazzo fissava per terra, ma non sembrava vedere dove metteva i piedi.
“ E’ vero che quando noi partiremo e viaggeremo nello spaziotempo e nemmeno ci accorgeremo delle distanze di anni luce, questo posto invecchierà di mille anni e forse morirà? E’ vero… “. Nella domanda di Braddy era racchiusa l’essenza della nostra vita, chiamiamola così, uno sbadiglio sull’eternità.
“ Esatto “ risposi, più per colpire me stesso che lui.
Braddy disse soltanto: “ E’ terribile. Io… “ non riuscì ad aggiungere altro, o forse trovò il coraggio per interrompersi.
Anche a me Braddy piaceva, ma non ritenni opportuno farglielo sapere. Non credo che questo lo avrebbe aiutato a sentirsi meglio, capite?

Salimmo sulla nave e partimmo. Fu come Braddy aveva detto. Ci fu un lampo, un tuono, e mille anni erano trascorsi e noi riprendevamo il viaggio e Magellano 7 chissà dove era finito.
Mangiammo in silenzio. Sapevamo che sarebbero trascorsi molti anni prima di una nuova rinascita eppure, come ogni volta, nessuno si lasciò andare. In verità, una volta addormentati, sarebbero trascorsi solo pochi attimi prima del risveglio. Come ho detto, il tempo non esiste per noi, ma è il sapere che mentre noi dormiamo la gente sulla Terra nasce e vive e muore che ci imbarazza. Come se noi vivessimo la nostra presunta immortalità soltanto grazie al sacrificio dell’umanità intera. Forse non sarà bello, ma è il nostro destino e non si può nemmeno dire che non proviamo a viverlo nel migliore dei modi. Rispettando la morte degli altri che è senza risveglio, voglio dire.
Dopo avere mangiato fumammo e ascoltammo un po’ di musica. E quando il disco s’interruppe e tornò il silenzio, ci guardammo in faccia un lungo momento prima di salutarci.
“ Ciao, Taylor “.
“ Ciao, Braddy “.
“ Ciao, Jones “.
“ Ciao, Spike “.
“ Ciao, Solitudine “.

Ci spogliammo e ci infilammo nelle vasche ibernanti. Feci partire il temporizzatore e quello cominciò a divorare il tempo come se esistesse davvero, al diavolo.
Fissai l’orologio per un po’, mentre il cuore rallentava e il sangue prendeva a scorrere sempre più piano, sempre più piano. Chiusi gli occhi e cominciai a sognare. Sognai il Tempo e lo Spazio e me stesso e la solitudine e il Niente e le tette di Jones…
Mi addormentai con la certezza che al risveglio avrei ritrovato ogni cosa al suo posto.


Stefano Bon





Stefano Bon

Stefano è del 1959. Lavora in un’amministrazione pubblica nel settore servizi sociali, dopo avere per anni diretto comunità terapeutiche. La sua esperienza di scrittore parte dagli anni ’80 a Milano specializzandosi nel campo di narrativa di science fiction settore dal quale gli sono giunti diversi riconoscimenti.
Opera anche semiprofessionalmente nel settore della fotografia in due campi di ricerca: i piloti di corse automobilistiche e di musicisti heavy metal. Potete vedere le “photogallery” sul suo sito:
http://www.imagolive.com/

(foto tratte da internet)

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